di Caterina Gallerani

Faccio l’insegnante e il mio contesto esperienziale con gli adolescenti si dirama tra le solide mura degli istituti scolastici di Milano. In quanto servitrice dello Stato sono consapevole che la libertà che mi concedo all’interno del contesto lavorativo è già fortemente delimitata da una serie di rappresentazioni sociali che, direttamente o indirettamente, influenzano ogni insegnante. Norme sociali implicite e fortemente vincolanti circoscrivono ad esempio la libertà nel vestire, condizionata dal costrutto del “buon costume” (e relativa personale interpretazione) o ad esempio la libertà nel dissentire, anch’essa fortemente normata e monitorata da un contesto i cui limiti, temi e momenti sono chiaramente delineati, controllati e burocraticamente scanditi.

Inoltre, se sei un docente con un background accademico in sociologia, pedagogia o antropologia, conosci bene le teorie di Michel Foucault per cui la scuola è il principale dispositivo volto alla creazione di “corpi docili” – corpi modellati attraverso meccanismi di sorveglianza, punizioni, esami, gerarchie – e le teorie di Pierre Bourdieu per cui la scuola non è uno strumento di mobilità sociale quanto di riproduzione delle disuguaglianze già esistenti nella società, e non puoi far altro che chiederti quanto spesso e volentieri tu stia contribuendo a tutto questo.

Quanta libertà mi prendo nel fare scelte, anche piccole, che decostruiscano e depotenzino questo modello? Mi piacerebbe scrivere un altro articolo in cui affermo come queste teorie, a mio modesto parere, siano tendenzialmente superate e la scuola sia ormai una struttura qualitativamente inclusiva, ma invece credo che quella appena posta sia la domanda con cui tanti di noi si cimentano quotidianamente.

Stare alla Mammolletta ha risvegliato un po’ questo genere di considerazioni che negli anni sono andate assottigliandosi per forza di abitudine ma che rimangono vive e brucianti nello spirito, come braci dopo un fuoco.

Uno degli elementi che mi ha portato a riflessione è ad esempio lo spazio. La Mammoletta è dotata di uno terreno quasi sconfinato, tra ettari di bosco e mare, in cui i ragazzi della comunità possono cimentarsi e sviluppare apprendimenti legati ad un contesto naturale.

Durante il corso di specializzazione per il sostegno scolastico all’Università Bicocca, ci è stato detto in mille modi diversi quanto sia fondamentale il setting per l’apprendimento degli studenti neurodivergenti e non. Ovviamente a scuola si potrà dipingere un’aula o disporre i banchi a isola ma difficilmente si potrà, in contesti naturali, leggere, rilassarsi o dedicarsi ad un apprendimento pratico e concreto come coltivare l’orto o timonare una barca.

La comunità è inoltre una comunità aperta, non ci sono cancelli o barriere ma solo due colonne che delimitano lo spazio di ingresso. Questa è una scelta di libertà e mi introduce al secondo elemento che ho riscontrato nel mio breve soggiorno: l’assenza di ansia. Ovviamente escludere totalmente questa tipologia di risonanza emotiva da un contesto è riduttivo ed essenzialista, non sarebbe realistico e non è l’obiettivo di queste considerazioni.

Tuttavia ho notato come sia gli educatori che Marta e Stani, che si occupano di gestire la comunità interamente, non abbiano mostrato forme di controllo eccessivo sui movimenti e sulle intenzioni dei ragazzi della comunità, anzi, gli stessi andavano al mare accompagnati, ma scaglionati a piccoli gruppi anche distanti tra loro; sotto la guida fiduciosa e sicura dei fratelli maggiori, potevano governare imbarcazioni impegnative; al mare potevano cimentarsi con tuffi spericolati anche da notevoli alture, tutto in un clima di fiducia, parola lontana dai concetti di “sorveglianza” e controllo che per contratto nazionale ogni insegnante è tenuto a esercitare.

Questo clima di fiducia, costruito tassello dopo tassello, viene esperito nella “parola”, terzo elemento che mi ha colpita, momento strutturato di comunicazione tra tutti i membri della comunità e praticato in tutte le realtà di Exodus. All’interno della parola si esprimono, emozioni, sentimenti e stati d’animo, nonché si raccontano le relazioni che legano i suoi membri, rendendo chiari i sottointesi e illuminando le zone d’ombra. 

Non mi dilungherò su quanto ci siano le premesse per identificare come sorda e inefficace la comunicazione intergenerazionale all’interno del contesto scolastico, poiché non mi è eticamente possibile continuare ad affermare un paragone infelice o un parallelismo tra due realtà che non hanno né la stessa mission né simili obiettivi.

Tuttavia credo che l’utopia che porta avanti la Mammolletta, con setting e condizioni strutturate per facilitare apprendimenti e armonia nel gruppo, aiuti a camminare anche chi si considera educatore in un contesto più istituzionale come quello scolastico. Allo stesso modo, non ci è eticamente possibile continuare a pensare che “la scuola sia così” e che difficilmente la si possa cambiare nel momento in cui ci sono realtà che urlano a squarcia gola modelli differenti.

In quanto insegnanti, e quindi educatori, siamo tenuti ad andare in cammino per cercare nuovi stimoli e realtà che ci aiutino a fare un’autovalutazione autentica del nostro operato, della nostra comunicazione, delle nostre abilità nell’educazione affettiva, non importa quando sfavorevoli o deludenti possano essere.

E a questa autovalutazione deve seguire una reattività, intesa come la intende J. Brehm secondo cui le persone cercano di proteggere la loro libertà d’azione e, quando ne percepiscono la riduzione, agiscono con lo scopo di recuperarne il pieno possesso. La prima slide di presentazione del progetto con cui aprivo l’esposizione finale del mio anno di prova presentava questa citazione di una sopravvissuta ad un campo di concentramento: “Aiutate i vostri studenti ad essere umani, i vostri sforzi non devono mai produrre mostri eruditi, psicopatici esperti, Eichmann istruiti. Leggere e scrivere e ortografia e storia e aritmetica sono importanti soltanto se servono a rendere umani i nostri studenti”.

Il contributo prezioso che H. Arendt ci regala nel 1963, deve portarci a vigilare sul fatto che il male sia ancora presente in quanto assenza di profondità, agita da burocrati mediocri. Sicuramente la Mammoletta avrà “le sue magagne”, come diciamo a Milano, i suoi conflitti, i suoi irrisolti ma gli elementi che ho evidenziato non possono che essere avamposti di un modello educativo che non teme il cambiamento, che si nutre del dubbio, della ricerca e della relazione autentica. Perché educare, oggi più che mai, significa opporsi con lucidità e responsabilità a ogni forma di banalità del male, anche quando si presenta sotto le vesti rassicuranti dell’abitudine.

Milano, 20/08/25

Caterina Gallerani

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