di Giulia Goldin

Ripenso alle parole di Don Mazzi ascoltate durante la valutazione viaggi: “quello che avete vissuto quest’estate durante i viaggi in giro per il mondo, dovete farlo germogliare”.

Credo che ogni viaggio possa generare una nuova origine, uno sviluppo. Esso non rappresenta il punto di arrivo ma una nuova nascita. Non è un sogno che si realizza e poi svanisce, è una nuova strada aperta nel nostro cammino di vita.

Sono tornata da tre settimane da un viaggio intenso, dalla Bolivia, dai centri di detenzione minorile di Santa Cruz de la Sierra. Ho ancora bisogno di tempo per rielaborare questi trentacinque giorni passati tra le mura di quei centri e le giovani madri adolescenti, per scoprire come e che cosa in me è germogliato, ma sono certa che dai viaggi non si torna come prima. Dal mio viaggio non sono tornata come prima.

Ricordo l’agitazione prima di entrare nel primo centro, a Fortaleza, armata della mia timidezza e paura di non esserne all’altezza. L’impossibilità di comunicare nella mia lingua e il sentirsi limitata. Le mille domande dettate dai preconcetti su quei ragazzi. Quello che non conosciamo ci fa paura, ma poi tutto questo ha lasciato spazio alle emozioni e alla possibilità di viverle senza timori. Emozioni positive e talvolta negative, ma mi sono sentita viva.

Ognuno di noi porta con sé una storia, la propria storia, ogni giorno e questo accade anche in viaggio. Così, quando ci troviamo di fronte alla storia di qualcun altro, la leggiamo un po’ con i nostri occhi. E allora è lì che dobbiamo tentare di “mettere un altro paio di occhiali” e cambiare prospettiva per poter incontrare realmente  l’altro, con la sua storia.

La mia storia ha viaggiato con me e a tratti è stata ingombrante. Lo è stata quando ho visto un ragazzo esplodere dalla rabbia, dimenandosi mentre veniva portato nella stanza di riflessione. Ho riconosciuto quella rabbia. La rabbia verso la vita perché ti sta “prendendo a schiaffi”e l’impossibilità di farla uscire, se non nel modo sbagliato, danneggiando persone o cose. Mi fermo e penso, cosa sarebbe stato di me se non avessi avuto modo di trasformare la mia rabbia in qualcos’altro? Se nei momenti di difficoltà fossi stata sola al mondo e magari anche nella “parte sbagliata” del mondo? Se non mi fossero stati offerti gli strumenti giusti per poter trasformare le mie emozioni? O semplicemente, se non mi fossero stati proprio offerti strumenti? Forse anche io starei esplodendo dalla rabbia. Sarei lì, senza la reale possibilità di tirar fuori qualcosa perché magari in quel momento non c’è nessuno in turno che può ascoltarti o perché se ti viene da piangere sei un debole e quindi non puoi farlo.

Non lo so dove sarei, o forse non voglio nemmeno rispondermi. So solo che ho sentito di essere attonita e grata allo stesso tempo. Grata verso la vita per le persone che ho accanto, per quelle che non ci sono più ma ci sono state, per il contesto in cui sono nata e sono cresciuta. Grata a me, perché mi sono messa in discussione, ho preso consapevolezza e trasformato. Poi ero attonita. Perché io sì e lui no? Perché io ho avuto e avrò la possibilità di trasformare gli “schiaffi della vita” in qualcosa di diverso e lui no? Perché di me si è occupato qualcuno e di lui no? Perché ero lì ad osservare tutto questo?  Ero lì perché è arrivato il momento di osservare il mondo, per capire chi sono e dove sto andando. Ero lì perché forse è lì che dovevo stare ed esserci per davvero.

Riuscire ad esserci essendo semplicemente se stessi. Così, essendoci possiamo incontrare qualcuno, non sfiorarlo solamente, ma incontrarlo. E’ stato difficile riuscirci, la mia testa prima di incontrare quei ragazzi finiti nei centri di detenzione minorile era piena di domande, stereotipi e perplessità. Riuscirò a vedere la Persona dietro ai propri errori o sarò bloccata? Sarò capace di esserci in quell’incontro o non sono ancora pronta?

Dopo dieci minuti all’interno dei centri ci si dimentica di essere lì, ci sei tu e ci sono loro, ci sono persone che si incontrano. Ci sono persone che ascoltano e ci sono persone che hanno estremo bisogno di raccontarsi, ci sono persone che osservano e altre che a malapena ti salutano perché fidarsi di qualcuno no, è troppo faticoso. Ci sono persone che tendono la mano per essere aiutate e altre che la nascondono, ma tutti meritano il nostro stare.

La nostra presenza lì fa germogliare e ci fa germogliare. Ne sono sicura da quando l’ultimo giorno mi è stato detto da un ragazzo del centro Fortaleza: “hai sempre speranza in qualcosa di perduto”. Beh io dico che nessuno è perduto. Tutti possono germogliare se qualche seme nuovo viene piantato in un terreno che, per troppo tempo, è stato arido e privo di semi dai quali poter rinascere.