di Giulia Feroci

La “Ilha do Mussulo” è in realtà una penisola della capitale Angolana. Si presenta come una striscia di terra di fronte al lungomare di Luanda. Se cercate su internet troverete foto di spiagge e palme; un piccolo paradiso, che comprende anche diversi alberghi attrezzati per turisti con piscine e tutto il resto.

Qualche giorno fa siamo state invitate a visitare una scuola dell’infanzia proprio a Mussulo, ed è stato grazie a quest’occasione che ho avuto modo di conoscere anche l’altro lato di questa penisola.

Per raggiungere il posto, da Luanda, bisogna recarsi ad un molo e prendere delle barchette a motore. Si sale direttamente dal bagnasciuga, ci si siede su delle assi di legno insieme ad altri passeggeri. Si aspetta che la piccola imbarcazione sia piena e una volta indossati i giubbotti salvagente, logori e ormai scoloriti dal sole, si parte. Dopo una decina di minuti e qualche fermata, scendiamo alla nostra: Capitania.

Camminiamo sulla sabbia di quella che ci dicono essere la strada principale della penisola. Passiamo davanti ad una villa molto curata e la nostra accompagnatrice mi fa notare il giardino. Mi dice che quella casa è di un privato che ha abbastanza acqua da permettersi di annaffiare le piante. Poi continua e mi spiega che gli abitanti del posto non hanno ne acqua potabile ne corrente elettrica. Riprendiamo a camminare e chiedo se l’acqua viene portata tutta da terra o se ci sono dei pozzi. Lei mi risponde che, si, i pozzi ci sono ma spesso l’acqua buona viene contaminata da quella delle latrine. L’acqua per poter essere utilizzata dev’essere sottoposta ad un trattamento e, chiaramente, questo ha un costo che non tutti possono permettersi.

Poco dopo lasciamo la via principale e passiamo per il “bairro”. Superate delle casette cubiche di mattoni grigi, alcune senza il tetto, arriviamo a destinazione. È una piccola scuola dalle pareti giallo chiaro, come il colore della sabbia che la circonda. Varchiamo la porta e troviamo almeno trenta bambini che ci cantano in coro “visitantes seja benvidos, sua presença é um prazer..” Resto immobile ad ascoltare. Subito dopo ci viene chiesto di ricambiare, cantando qualcosa per loro.

Al termine di questo primo scambio, il direttore ci fa visitare la scuola con le sue tre aule, una piccola cucina e una stanzetta vuota che funziona da dispensa. Tra le cose che mi colpiscono di più c’è il pavimento dello spazio comune, ricavato da materiale riciclato. Il direttore, nel mentre, ci spiega che come per gli altri abitanti, neanche qui hanno acqua potabile e corrente. Ci dice poi che non tutti i bambini che abitano l’isola sono registrati alla nascita e che questa scuola, a differenza di quella pubblica, può accoglierli. Ogni famiglia paga 2000 kwz al mese, che equivalgono a 4€. A conti fatti per i due i pasti giornalieri dei bambini vengono spesi 25 cent. Il menù è composto prevalentemente da cibo in scatola. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, le persone qui consumano più pollame che pesce, sembrerebbe un controsenso vivendo sul mare ma essendo il pescato una delle principali fonti di guadagno, la maggior parte viene venduto a Luanda. Usciamo nel patio dove c’è un piccolo pozzo dal quale viene presa, con un secchiello, l’acqua potabile per i bambini.

La scuola sopravvive grazie ad alcune donazioni e gli insegnanti ricevono dei compensi simbolici.

Il turno della mattina ospita bambini dai quattro ai sei anni e termina a mezzogiorno con il pasto. La signora che si occupa della cucina ha preparato della pasta in più anche per chi frequenta la scuola di pomeriggio.

Mi siedo fuori mentre aspettiamo l’inizio del turno successivo. I bambini più grandi sono già nel patio. Qualcuno gioca a far rotolare dei tronchi spingendoli con foglie di palma secche, altri si arrampicano sugli alberi con una naturalezza che non riesco a spiegarmi. Resto incantata ad osservare i loro movimenti rapidi e leggeri tra i rami che dondolano. Sarei rimasta a guardarli per tutto il tempo.

Prima di andare via il direttore regala ad ognuna di noi un cocco, preso dalla palma quella mattina stessa. Ci salutiamo nella speranza di rivederci presto.

Mentre ci incamminiamo per rientrare, le emozioni contrastanti che ho provato per tutta la mattinata, si amplificano.La situazione di povertà e disagio che vivono i bambini e le persone di Mussulo mi ha smosso nel profondo, eppure è come se i loro canti, i colori, i momenti di gioco e il loro modo di essere abbiano fatto passare, almeno per qualche istante, tutto il resto in secondo piano. Questo incontro che definirei quasi surreale, è stato uno dei più belli di questi cinque mesi vissuti qui, in Angola.