Da La Verna a Camaldoli, passando per Badia Prataglia
Scritto da Gabriella Ballarini
Da diverse parti d’Italia, in questo momento, 50 educatori senza frontiere si stanno mettendo in viaggio verso Arezzo. Perché? Da domani mattina, che sia di pioggia, che sia di sole, ci metteremo in cammino da La Verna a Camaldoli, passando per Badia prataglia.
Read More »Angola/ E alla fine ho deciso di partire
Scritto da Michele Ricetti
Quando si parla di viaggio o di partenza, tutto ha sempre inizio da una provocazione, da un consiglio, da una battuta messa lì a fermentare, da una sensazione e perché no anche da una sfida con se stessi.
Poi tutto prende forma quando ci s’incammina veramente, quando si comincia a fare “i conti” con tempo e forze, e per me l’incamminar-si è stato in un luogo fisico: intorno alle colline che circondano Assisi.
Un cammino fatto con gli Esf di tutta Italia, prima tutti insieme, poi a piccoli gruppi, e poi soli con se stessi.
Proprio in questi momenti alzi lo sguardo e cerchi di capire che cosa ti circonda, che cosa ti si muove dentro, cerchi una risposta che pare mai arrivare, domande che sembrano mai avere risposte. Eppure senza volerlo stai già camminando, hai deciso che è il momento di incamminarsi non solo intorno alle cose, ma verso il loro centro. Un lavoro davvero faticoso, ma che porterà i suoi frutti.
E così dopo questo cammino fisico che mi ha “costretto” ad incamminar-mi dentro, mi sono fidato e preparato lo zaino “alla fine ho deciso di partire”.
Non da solo, ma in compagnia di due preziose compagne di viaggio alla scoperta di un pezzetto d’Africa, l’Angola. Terra così affascinante e allo stesso tempo così dura, ma che in ogni modo attraverso lo sguardo di quasi 2000 ragazzi, ha impresso qualcosa della sua “terra rossa” dentro di noi, dentro di me.
Diario in cammino, giorno tre
Scritto da Michela Chiofi
Domenica 29 Aprile 2012
IO = NOI
E con in testa quella canzone che è stata compagnia e compagna di questa nostra esperienza, siamo noi a dare inizio all’ultimo giorno di cammino.
Caminherio voce sabe.. La sveglia suona alle 6; tuttavia il gruppo c’è e arrotolando il sacco a pelo, facendo la fila per il bagno, cercando di fare entrare tutto in uno zaino che sembra più piccolo di quando si è partiti, si augura un Buon nuovo giorno a chi arrotola, fa la fila e litiga con lo zaino insieme a te.
Nao existe o camino.. Camminando camminando si comunica con chi si incontra per la strada, con chi in quel momento ha il tuo stesso passo. È la persona che ti voleva far dormire sulla sua stuoia, quella che ti dice : “La vuoi un po’ di crema dato che hai le spalle molto rosse?” ed è la persona che ti sta raccontando chi è e tu lo puoi vedere, ti sta raccontando delle sue partenze e dei suoi ritorni quotidiani. Le persone con cui, un po’ di passi più in là, canterai e che vedrai stare bene. E ti vedrai stare bene. E allora Musica, compagni! E mi stupisco ancora di quanto, molte volte, sia davvero facile incontrarsi.
Passo passo, pouco pouco.. “Noi uomini e donne maturiamo quando il corpo e lo spirito occupano lo stesso spazio, diventano sintesi l’uno dell’altra”, dice Don Antonio. “Ognuno può cambiare il mondo nel suo quotidiano, rimanendo quello che è”. Ci fa sorridere Don Antonio. “Il binomio parole-fatti è magico e cambiando noi stessi, credendoci, si crea un campo magnetico intorno a noi che cambia anche gli altri”. Ci fa annuire Don Antonio. “È grande ciò che è piccolo. Sono le piccole cose a creare quelle grandi”. Grazie Don. Siamo qui.
O caminho se fax.. Noi gruppo, in gruppo, cantiamo la canzone del nostro “caminho” e, in quel preciso momento, l’Honduras, il Madagascar, L’india, il Ruanda ed il Brasile non sembrano poi così lontani tra di loro. “Ciao, ci vediamo a Giugno durante la formazione a Milano!”, dissero le persone che si erano incontrate lungo la strada e che avevano cantato insieme. E sulla via di casa, pensierosi, stanchi, sognatori, gli educatori senza frontiere romani pensarono ad alta voce che era stato bello davvero. E si sentii nella macchina un piccolo e grande “Si”. Loro, a differenza degli zaini, erano un po’ più grandi di come erano partiti.
Diario in cammino, giorno due
Scritto da Gabriella Ballarini
Sabato 28 Aprile 2012
Le parole nei passi
E così arriva anche il secondo giorno, la sveglia è alle sette, siamo tutti appiccicati sul pavimento della sala da pranzo, è stata una notte gelata e Giorgio ha dormito sul mio maglione, Fabio prepara la colazione e ringrazia per la doppia felpa che sembrava non servisse e invece poi…
Oggi sarà il giorno del silenzio, della meditazione, delle partenze e delle salamelle. Barbara apre la giornata e ci racconta “lo smarrimento”, noi lì, con gli occhi pieni di domande e le nostre frasi ancora in testa e la canzone che ormai la cantiamo sempre. Lei ci parla e poi Cristina ci dice di cominciare a camminare, in silenzio, verso la valle, verso Armenzano.
Camminiamo insieme e da soli, quasi per mano, stringendo tutti i pensieri, sia quelli pensati che quelli dimenticati, c’è chi si commuove, chi sembra aver perso la parola, chi ha lo sguardo basso, chi cerca l’orizzonte. E poi Erri de Luca ci accompagna con il suo elogio, mentre noi siamo lì, a piedi nudi e, tra le altre cose, ci dice: “Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare” e i piedi ci hanno portati fino alla sosta e da lì abbiamo continuato, due a due, per conoscerci meglio, per guardarci negli occhi e guardare un po’ per terra e stare in silenzio ed in quegli attimi, dire anche di più. Seduti in cerchio, in un paesino che sembrava un presepe o giù di lì, mangiamo il nostro pane senza sale e scopriamo le mete, i gruppi, i viaggi. Lacrime per chi pensava che forse non sarebbe partito, che forse sarebbe andato altrove, lacrime di gioia e risate incontrollabili di chi tornerà nella casa oltre l’oceano. In pochi minuti, facciamo il giro del mondo: Honduras, Madagascar, Angola, India, Brasile, Paraguay, Ruanda. Gira il mondo e gira la testa e ci si guarda ancora: “allora partiremo insieme!” e gli abbracci e chissà che sarà di noi. C’è anche chi starà via a lungo, Ilaria e Giorgio staranno via mesi, chi in America Latina, chi in Africa: diversi con sogni che creano strade che si incrociano, svincoli, sottopassaggi, passaggi a livello.
Ci rimettiamo in cammino, con una strana prospettiva, con un posto dove andare, pur sapendo che la nostra meta sarà il viaggio: confusi e confuse, allontaniamo le frontiere.
Una casa in mezzo al verde ci accoglie, prima ci sediamo attorno alle parole: infradito, camminarsi, follia e incontro. Quattro gruppi, quarantacinque ESF che in piccoli circoli costruiscono il loro andare. La sera sono canti e balli e prendersi in giro e le facce di tutti e i nomi di ciascuno. Per dormire, c’è sempre un pavimento che ci accoglie e ci tiene vicini, alle sei Valentina e Martina penseranno al caffè!
Diario in cammino, giorno uno
Scritto da Michela Gubitta
Venerdì 27 aprile 2012
“Passo dopo passo, poco a poco, il cammino si fa…”
Scarponi, zaini in spalla, curiosità e voglia di affrontare quel cammino di cui tanto avevamo sentito parlare in questi sei mesi di formazione… Spello accoglie gli esf con un piacevole sole primaverile: nord e centro s’incontrano per la prima volta e, con quel pizzico di indugio che accompagna ogni nuova e sconosciuta situazione, i nostri percorsi si toccano, si intrecciano e si colorano di nuovi sapori.
Camminare, camminarsi e spolverare la nostra dimensione più profonda, perché il viaggio, quello fisico ma anche e soprattutto quello interiore, possa davvero avere inizio…
Ed ecco che alcuni pensieri segnano la partenza di ognuno e si fanno compagni dei nostri passi, delle nostre riflessioni, dei nostri momenti di raccoglimento. La porta del sentiero può allora aprirsi ai nostri piedi, intrappolati negli scarponi, ma desiderosi di “imparare a camminare in linea retta”: è tempo di incontrarsi, di ascoltare e ascoltarsi, di raccontare e raccontarsi. I prati, gli alberi, le montagne, il cielo, la natura tutta diventa custode delle nostre parole, del nostro incontrarci e tessere relazioni. Già, relazionarsi… dare una forma all’incontro, avvicinarsi all’altro con occhi discreti, capaci e disposti a coglierne ogni minima sfumatura.
Le parole di un canto portoghese ci ricordano che siamo noi stessi gli artefici del nostro cammino, che siamo noi, “passo passo” e “pouco pouco”, a costruire il senso e il significato del nostro errare: le note cominciano ad echeggiare nella nostra mente, nel nostro cuore, e il loro ritmo scandisce d’ora in poi ogni singolo movimento, ogni gesto.
La strada, che ci conduce verso il rifugio, riparo per la notte, si carica ancora di nuove e uniche sensazioni: il gruppo si fa coppia e lo scambio dei propri pensieri si trasforma in un’inedita occasione di conoscenza reciproca e condivisione di esperienze. Raggiunta la meta, sui volti si ravvisano i segni della stanchezza e della fatica, ma altrettanto evidenti appaiono la gioia e la consapevolezza di aver vissuto uno straordinario momento formativo, in cui l’apertura all’altro, l’ascolto dell’altro, aprono la rotta della crescita e del cambiamento.
Noi educatori itineranti attendiamo così l’arrivo degli ultimi camminanti, pronti a tender loro le braccia e impazienti di riprendere, al levar del sole, il nostro viaggio.
Preparando il cammino
Scritto da Barbara Invernizzi
Siamo in aprile, lo stesso mese di ogni anno quando il corpo ha bisogno di luce e di calore, e ha voglia di alleggerirsi, di uscire fuori.
Nella casa di Assisi l’inverno ha congelato le tubature dell’acqua, e il freddo non è mai un modo di dire.
Così mi spiego perché in questa zona chiamata “della montagna” la primavera è cantata, festeggiata, celebrata. Si cantano le maggiolate per le strade coi liuti e le armoniche, si parla di amore, ci si inebria dei fiori dei ciliegi e degli olivi.
Ma è anche un tempo strano, piove spesso, il cielo è scuro, la sera di Pasqua ha nevicato.
E’ un tempo sospeso, che attende, che sbircia fuori, che desidera.
Ogni anno la stessa attesa.
Questo è lo spirito che ha accompagnato la preparazione al cammino che tra pochi giorni faremo con educatori senza frontiere.
E’ lo spirito di chi sente il bisogno di alleggerirsi, di chinarsi su una cartina a studiare un percorso nuovo, che ci porterà ad attraversare questo monte del Subasio così affascinante, quasi con lo stesso sguardo di un Francesco di qualche secolo fa, che aveva scelto questi boschi per gridare la sua sete di libertà.
Sete di libertà, di spazio, sete di bellezza. Come quando durante un sopralluogo per capire da dove sarebbe partito il nostro percorso mi sono trovata davanti a una distesa di ulivi e di papaveri, affiancati da un antico acquedotto romano che mi ha restituito il respiro di una Storia.
Mettersi in cammino è risvegliare quella parte profonda di noi che ha bisogno di spalancare le porte, di cantare nuove primavere dentro un respiro ampio e profondo.
E c’è una strana e bella coincidenza in tutto questo, perchè nell’aprile di nove anni spalancavo per la prima volta le porte di questa casa di Assisi che abitava un nuovo progetto della Fondazione. Era piena di muffa e di nulla, iniziai buttando dalle finestre coperte e materassi impregnati di umidità, e poco dopo la casa iniziò a riempirsi di volti e di storie, di disordine, di vita.
Questo è il tempo della preparazione, dell’attesa, è il tempo della leggerezza, il tempo del canto, il tempo delle finestre spalancate.
L’isola che c’è
Scritto da Monica Miazza
I volti più rilassati, il desiderio e la voglia di mettersi nuovamente in gioco con più consapevolezza, il sapere già chi avrebbe condiviso con te un’altro piccolo tratto di strada… ecco un nuovo fine settimana di formazione…
Di primo mattino siamo stati accolti nella solita stanza, ma da un cerchio più ampio, a noi nuovi educatori senza frontiere si sarebbero uniti gli “antichi”.. Ed eccoci pronti per iniziare.
Descrivere a parole due giorni tanto intensi e ricchi si è rivelato essere più difficile del previsto, frasi seppur grammaticalmente correte e di senso compiuto mi parevano sempre non sufficienti a raccontare l’esperienza. Poi un cambio di rotta, evitare di descrivere i fatti ma provare a ripercorrere alcune delle emozioni più forti che mi hanno pervaso.. ed ecco l’isola che c’è!
Creare e costruire con curiosità ed impegno l’isola che ci rappresenta per constatare: ” Ma dovevo realizzare solo me stessa?”, quindi non siamo delle monadi, ma dei piccoli mondi ricchi di storia, vissuti propri ed altrui che regalano una forma e un colore specifici, unici. Siamo entità ed identità magmatiche, erose, arricchite e modellate da forze endogene ed esogene, che si orientano verso nuovi orizzonti proprio come delle zattere alla continua ricerca di una terra su cui approdare, mosse dal desiderio di fermarsi in qualche porto sicuro e protetto, bisognose di acque su cui navigare, seppur a volte tempestose e burrascose. Isole che vengono arricchite, contestualizzate e modificate dai numerosi arcipelaghi nei quali si ritrovano per un periodo più o meno lungo.
Questa attività ha permesso di prendersi il tempo per darsi una forma, seppur condizionata dalle indicazioni di Nicoletta, dalla musica che ascoltavamo e dai materiali presenti, di guardarsi dentro e capire cosa voler realizzare e comunicare, ascoltarsi e lasciare che le proprie mani seguissero l’impulso creativo del momento, essere in qualche modo artisti e soggetti della propria opera d’arte. Condividere ed ascoltare le diverse storie su come e perchè è nata quell’isola, su cosa c’è su quell’isola, sui boschi, spazi bianchi, porti e scogliere, per poi immergersi in un profondo silenzio, ritmato da respiri e sorrisi, in cui ognuno si è preso il tempo per guardare l’altro, per stare in una relazione di sguardi con i propri compagni di viaggio.
Ed eccoci pronti a metterci nuovamente in cammino.