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Si impara, facendo

foto di gruppo

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Credo nel movimento della Divina Provvidenza… questo Spirito mi conduce qui… Penso che Exodus sia simbolicamente come un “grande albero” e la nostra missione in Brasile può diventare un ramo di questo albero. Ho accettato l’avventura di venire in Italia per “bere dalla fonte di Exodus” e oggi che la mia esperienza sono convinta che tra imparare ascoltando da lontano e imparare vivendo la filosofia Exodus da qui ci sia una sostanziale differenza, che risiede proprio nel metodo di apprendimento esperienziale. Ho vissuto in questi cinquantaquattro giorni (dal 04 Gennaio a 27 Febbraio ’11) una bella atmosfera di casa, anzi di famiglia, piuttosto che un’ aria di comunità di recupero. Mi sono sentita una sorella tra i suoi fratelli. La nostra esperienza è stata vera, pratica ed ispirata dalla Divina Provvidenza nella quotidianità. La nostra comunicazione non è stata basata su una sola lingua, Italiano o Portoghese ma “Portoliano” che secondo me significa “comunicare con amore”. Mi sono riscoperta nelle mie capacità, ho confrontato i miei ideali, ho alimentato i miei sogni… Ho vissuto un vero esodo tra momenti di luce e di ombra, crisi e conferme… un cammino interiore che ha attraversato tutto il mio essere. Poco a poco, passo a passo ho cominciato a comprendere che Exodus è cammino, è deserto, è solitudine, è incontro e relazione. Il cammino si è concretizzato man mano che ho camminato, ed ho scoperto che mi sono innamorata di questa fantastica filosofia. Non ho affrontato questo cammino da sola perché Exodus significa vivere e crescere insieme,  ed è solo così che si va avanti. Insieme agli educatori ho imparato il metodo. Metodo significa: vivere la comunità e creare relazioni, con i ragazzi, con i colleghi. L’ esperienza che ho vissuto con i ragazzi è stata tanto bella quanto profonda perché insieme a loro ho riso e pianto. Ho imparato con loro a coltivare pazienza, voglia di ascoltare e in special modo l’ accoglienza. Per avvicinarsi al prossimo bisogna essere umili e togliersi “i sandali dai piedi” per entrare nel suo tempio sacro. Ho acquisito questo stando qui tra i ragazzi come ho acquisito un importante fonte di fiducia in me stessa per compiere questa missione. Insieme a Piera, che a mio parere è una vera discepola innamorata di Exodus, ho assunto questi segreti attraverso i suoi gesti di umanità più che le semplici parole, come mi ha insegnato che competenza tecnica ed organizzazione senza amore non hanno la loro vera efficacia. Comprendo che la Filosofia Exodus è un metodo educativo basato sulla relazione. E’ un programma organizzato con strumenti differenti: sport, musica, teatro, parola e lavoro che, legati insieme, servono a trasformare la realtà di una persona che é disposta a camminare. Credo che sia una pratica libera, partecipativa e circolare perché rende i ragazzi direttamente responsabili del proprio cammino. Loro vivono la relazione insegnando e imparando a vicenda. Si impara, si fa e si cammina sempre insieme, è questo il segreto. L’ educatore cammina con i ragazzi stando dentro al gruppo, non dirigendolo, essendo esempio di autenticità. Concludo dicendo che in Exodus, la persona che cammina (ragazzi, educatori…) protagonista della propria vita attraverso la riscoperta delle sue capacità e del proprio “io”. Ognuno rielabora e ricostruisce la sua storia di vita e le sue emozioni progettando il proprio futuro dopo aver conquistato un’ autonomia che gli permetterà di volare con le proprie ali nel mondo. Sono profondamente grata a Dio che mi ha condotta in questo cammino, e a tutte le persone che hanno camminato e camminano con me sulla strada della vita. Ritorno in Brasile cosciente che sono una piccola figlia di Dio e speranzosa sul futuro di Exodus e della nostra missione. “La minoranza serena e rivoluzionaria può avventurarsi a fare la differenza in questa stupida e avvelenata società. Dobbiamo stare vicino alle persone che soffrono… dobbiamo essere capaci di sognare e trasformare i nostri sogni in follia.”   Don Antonio Mazzi Kellen Regina Pires da Silva

Là, dove tutto è tanto

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Là, la terrà e la polvere sono tante, il loro colore rosso penetra nei vestiti, nella pelle, e vi rimane incollato per giorni e giorni, ma non da così fastidio come potrebbe sembrare, anzi, inizialmente ti aiuta a sentirti un po’ parte di quel mondo. Quando soffia il vento tutto si amplifica, la gola si riempie di polvere, gli occhi pizzicano un po’ e tutto si ricopre di quel caldo color ambrato. Là, la gente è tanta, le famiglie sono numerose e si sostengono a vicenda formando comunità e villaggi, dove poter condividere quello che hanno. Non esistono uomini soli. Là , i bambini sono infiniti, spuntano come funghi da tutte le parti, arrivano mano nella mano con fratellini e sorelline di cui sono responsabili. Hanno occhi speciali, come lenti di ingrandimento riescono a catturare ogni particolare, il loro sguardo è innocente ma allo stesso tempo maturo. Spontanei come bambini, responsabili come adulti, ballano e cantano con tutte le loro energie, mostrando la loro natura. Là, la povertà è tanta, la si osserva ad ogni angolo, ad ogni capanna, su ogni autobus, nelle scuole, negli ospedali … le mani degli adulti, le pance dei bambini, gli occhi di una mamma, la parola di un anziano. Là, il rispetto è fondamentale, non solo nei confronti degli adulti, ma anche con i ragazzi, ordine ed educazione non mancano mai. Là, la fede è palpabile, in particolar modo durante la Messa, vi è una partecipazione corale entusiasmante, anche il corpo fa la sua parte muovendosi a ritmo di musica, tutta la persona, spirituale e fisica è coinvolta. Anche nella vita quotidiana si può osservare questa fede, nei piccoli gesti, nelle case e nell’accoglienza di coloro che ci credono. Là, l’ingiustizia la si nota nella gestione politica e civile di chi governa. Là, il tempo è tanto, è lungo, le attese sembrano interminabili se non impari a coglierne il significato, in silenzio, coinvolgendo mente e cuore, per trovare te stesso e viverlo come un dono. Là, l’amore si manifesta dietro ogni persona, gesto, parola e preghiera. Là, dove c’è tanto da osservare, ma non è facile saper guardare, una cultura e un mondo diverso dal nostro. Sono tante le maschere che ho indossato, ho camminato rispettosamente in punta di piedi, portando una corazza che si è irrobustita passo dopo passo. Come le api con i fiori, che prendono il polline per fare il miele, così prendo il meglio di questi 30 giorni, mi lascio guidare dai segni, e con un gesto di umana maternità concludo la mia esperienza. E ogni volta che ci penso, una strana fitta allo stomaco mi ricorda che è reale, questa è l’Africa, questa è la mia Africa. “Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”

Il viaggio come metodo

gruppo in formazione

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Come ogni anno anche questo mese di Ottobre 2010 ci vede impegnati nei preparativi del nuovo corso di formazione. Ma cos’è per noi la formazione? Tante volte ce lo chiediamo, troppe volte me lo chiedo e spero sempre di non avere un’unica risposta, spero sempre di non fermarmi a quello che siamo stati fino ad oggi e di spingermi invece più avanti. Negli anni molti educatori e educatrici si sono avvicendati, hanno portato le loro storie, le loro gioie, le loro fragili paure: forse questa per me è la formazione. L’incontro avuto con ognuno e ognuna di loro, le serate passate a parlare di viaggi e di vita, le giornate trascorse ad ascoltare, a scrivere e a sognare insieme. Iniziamo con uno spirito rinnovato quest’anno, reduci da un’estate sorprendente: corse in bicicletta sulle strade rosse di Madagascar, spettacoli teatrali indimenticabili in Honduras, spaghetti usciti male in Paraguay, nasi rossi in Uruguay, mate bollente e infinite mani in Argentina, strette allo stomaco e danze improbabili in Sudafrica, ritorni gioiosi e sorrisi generosi in Brasile, con tutto questo in tasca e nel cuore, ricominciamo. Quali saranno i temi di quest’anno? Il fil rouge che terrà insieme i tre corsi attivati (Milano, San Martino al Cimino -VT-,  Africo -RC-) sarà la denominazione stessa del nostro corso “percorsi formativi di educazione errante”: l’educazione errante non si ferma mai, è in viaggio e trasforma il viaggio stesso, gli regala l’esperienza di chi si pensa in movimento e porta con se quell’educazione che, come ci ricorda Demetrio, non è finita, ma continua, si espande, ci chiede di contribuire. L’educatore che si mette in viaggio, non lo fa per salvare il mondo, ma per conoscerlo, per toccarlo con tutto quello che ha, per conoscersi, per avvicinarsi all’umano con lo sguardo del viaggiatore. Capiterà, durante la nostra formazione, di ritrovarsi in infradito  per scoprire che il mondo lo si può guardare da un altro punto di vista, da infiniti punti di vista e che il contatto con la terra, anche quello, può essere diverso da quello sperimentato fino ad oggi, ma per fare questo abbiamo bisogno che l’educazione sia una scelta e non un diversivo. Viaggiare non è un passatempo, per noi, viaggiare ci regala nuovi idiomi e ci mette spalle al muro, non siamo qui per regalare consolazioni. Il nostro mentore, il prof. Giuseppe Vico ci ricorda: “Siamo sempre più portati ad analisi del rischio incombente rappresentato dall’altro da noi e dall’immagine che noi ne costruiamo. Andiamo sempre verso l’esterno mentre cerchiamo di porre la nostra interiorità e spiritualità in posizione difensiva, di sicurezza, di chiusura ai molti nemici immaginari e alle prese con se stessa e con l’isolamento narcisistico. Nel labirinto di quest’ultimo è difficile inventare vie d’uscita verso gli altri, verso quell’orizzonte che deve cercare e trovare armonia tra la difesa e l’offerta di aiuto, tra il donare e il ricevere, tra il pregiudizio e l’apertura alla solidarietà e alla condivisione.” Il tema di quest’anno sarà “la foresta dei sentimenti”, Don Antonio ha voluto metterci alla prova, ha voluto chiederci di più e con le sue parole mi congedo: “E’ possibile pensare una vita che riempia l’infanzia degli adulti? Che lambisca piano piano le radici del nostro albero piangente, accarezzandole e riportandole alla nudità creativa? Un ritorno che ci faccia strabiliare, appena risvegliati dal miracolo che ci sta accanto? Che ci faccia capire subito che nessuno è tutto, che l’altro non è solo l’altro ma l’alterità, cioè quel pezzo di cuore che conta i battiti…”.

Teatrando su e giù per l’Honduras

teatro

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Sono le sei di mattina, si sentono i ragazzi camminare per il patio, parlano a bassa voce come fanno sempre, si sente l’acqua dai rubinetti e le porte che si aprono e si chiudono, si sente un certo fermento, tra poche ore si va in scena. Nella cittadina di El Paraiso (Honduras) da due anni si organizza un festival del teatro dove si selezionano tre compagnie che avranno la possibilità di andare a San Pedro per il festival nazionale. La casa Juan Pablo II ques’anno ha deciso di partecipare: “Ojos abiertos” sia chiama il loro spettacolo. Eccoci dunque, 12 ragazzi, il regista, l’adrenalina e la voglia di esserci. Noi siamo qui, mai più invisibili, non solo come conseguenza dei nostri sbagli, oggi siamo qui come conseguenza della pazienza, del lavoro, della passione, dell’impegno. Ojos abiertos, quelli dei ragazzi già alle otto pronti per salire in macchina e andare verso la parata di apertura del festival. “i giovani dell’Honduras sono qui!” urla una voce microfonata mentre andiamo verso la casa della cultura, “il futuro del nostro amato Paese è qui!” continuano le due voci che accompagnano la parata. Mai più invisibili. Nervosi senza mai perdere il sorriso, ecco i nostri ragazzi, agitati chiedono a Giovanna di ripetere un attimo i tempi per i passi della nuova coreografia, lei spiega. Nico controlla i cavi, spera che tutto vada bene, non parla, ma guarda i ragazzi, è lì con loro. Daniele controlla che la ripresa racconti tutta la giornata, Franco cerca di capire chi è più nervoso e gli va vicino, un abbraccio e passa tutto. Monica , la dottora, sorride, lei è la mamma, ci accompagna silenziosa e non si tira indietro se abbiamo bisogno di aiuto, Francesca guarda negli occhi i ragazzi “calmatevi e respirate” dice loro, e continua “inspirare, espirare!”. Ci siamo. Sorteggiano il nostro nome, siamo quinti. Per pranzo solo galletas e succo, meglio che si stia leggeri. Si cambiano tutti, ormai tocca quasi a noi, maglietta bianca, pantalone bianco e il solito sorriso, felici ripassano la parte in silenzio, ripensano ai tempi, ripercorrono tutto nella memoria, ogni minuto, ogni passaggio. “Questa è l’amicizia” … si apre così lo spettacolo, una canzone e il primo forte applauso per i nostri 12, radiosi, indescrivibili. Lacrime e sorrisi, questo è lo spettacolo dei ragazzi. Parole di solitudine, sguardi complici sul palco di una vita restituita dalla vita stessa e noi lì, spettatori di questa rinascita. Sta per giungere il verdetto, siamo tutti vicini, c’è chi aspetta per lo scatto che racconta la vittoria, perché sarà pur vero che non ci sono né vincitori, né vinti, ma i ragazzi sono stati talmente bravi che il viaggio per San Pedro già sembra nostro. Eccoli, tutti sul palco a festeggiare, tutti, felici, increduli, vincitori entusiasti. Lacrime di gioia, abbracci, anche la dottora Monica tradisce l’emozione, Nico e Daniele non capiscono più nulla, i ragazzi saltano e esplodono in un grido liberatorio. È una festa. Vinciamo anche il premio di miglior messa in scena e di miglior attore, applausi fino a non sentire nemmeno più il peso delle mani. Questo è quello che è successo, ma chiaramente è successo molto di più, tutto quello che le parole non possono spiegare rimarrà su quel palco, rimarrà dentro al giorno di ieri, il giorno in cui 12 ragazzi sono riusciti a raggiungere la libertà di sentirsi qualcuno, parte di un disegno più grande, destinati ad uscire dalla strada, a cambiare scena, a riconoscere la maschera per appoggiarla da un lato e ricominciare. Gabriella Ballarini

Sgomberiamo la coscienza

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Pochi giorni fa, nel cuore di Roma, quattro bambini hanno perso la vita in un campo nomadi abusivo. Dalla mattina seguente la parola d’ordine è stata “sgomberare”. Mi guardo bene dal cadere nella polemica politica e cerco di sfuggire al cosiddetto buonismo ma sgomberi, nei quattro anni che ho lavorato per le vie della Capitale, ne ho visti tanti e oggi la mia voce viene fuori senza troppi sforzi. Una mattina di dicembre, mi trovai di fronte ad uno dei campi più grandi che io avessi mai visto, sulle rive del fiume Aniene… le notizie ufficiali dicevano che quella baraccopoli era abitata da un centinaio di persone, ma quella mattina, al nostro arrivo, molti erano già andati via. Chi abitava lì? Troppo facile calmare l’indignazione pronunciando una semplice piccolissima parola: “rom”; eppure la notizia è apparsa così sui giornali. Quel campo, come si può immaginare, era abitato da molti uomini e donne, da anziani e bambini, diverse le nazionalità (inclusa quella italiana per intenderci), diversissime le storie e altrettanto diversi gli stili di vita; se proprio dovessi scegliere un aggettivo per descriverli tutti, allora direi: poveri. I poveri veri, quelli che esistono anche nel nostro Paese e che nessuno vuole vedere, di cui nessuno vuole parlare. Un anno prima ero stata a Nairobi, e gli abitanti delle baraccopoli che ho visitato non mi sembravano troppo diversi da quelle persone che avevo di fronte a me… Quel giorno, a Roma, ho vissuto (come tante altre volte mi è capitato in quegli anni) una grande vergogna per quello che stava accadendo: cani, gatti e galline hanno trovato una nuova casa, grazie ai volontari delle associazioni animaliste, ma dei poveri veri si può dire soltanto che si sono dispersi. Forze dell’ordine, ruspe in azione e baracche rase al suolo, in quei mesi, servivano per dare una qualche idea di sicurezza ai cittadini romani dopo la tragica morte di Giovanna Reggiani. Allora come ora. La sicurezza. Questo si che ci interessa, in fondo non è mica colpa nostra se esistono i poveri e se tra loro ci sono ladri e persone violente. Sgomberiamo i campi, controlliamo le frontiere, ci togliamo scarpe e cinture prima di entrare in aeroporto e ci sembra che, in qualche modo, tutto possa risolversi per il meglio. Almeno per quanto ci riguarda. I bambini di etnia rom che abitano i campi abusivi sono stati definiti, in questi giorni, “invisibili”, e forse in parte lo sono per i nostri sguardi superficiali e per la nostra società che ormai rischia di preoccuparsi solo di chi ha la forza o l’astuzia di pretendere un aiuto. Il paradosso che ho sperimentato a contatto con le persone più deboli è che chi è più povero (e non solo in termini economici) spesso non riesce neanche a chiederlo un aiuto. Bambini, anziani, malati, poveri… i più fragili fra loro non hanno posto nella nostra cultura di adulti medio-borghesi che trovano una buona motivazione per le sofferenze degli altri, e la parola giusta in questi casi non è invisibili (sono uomini in carne e ossa) ma ignorati! E allora continuiamo a sgomberare visto che ormai siamo quasi esperti, perché “occhio non vede cuore non duole” lo sanno tutti, ma attenzione perché a rischiare di rimanere sgomberare sono per prime le nostre coscienze! Irene Bisignano

Noi e il nostro punto di vista, relativo, limitato

gruppo

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Da una pagina di diario… Devo scrivere.. non vorrei… e poi ho quasi finito il quaderno.. ma se lo sfoglio ho lasciato delle pagine vuote, bianche, sul quaderno e anche sul diario.. chissà perché mi chiedo che cosa avrei voluto scrivere, o dire, o fare e invece non ne sono stata capace. Partire, senza il bisogno di… tornare senza la voglia di… Manca sempre un pezzo, mi sento piena e incompleta, sono tutto quello che questo viaggio è stato, sono io, sono di più, sono quello che ho lasciato. Nella prima pagina del diario dell’Argentina, nel lontano 26 giugno 2010 rileggo: “tanta gente ci stava aspettando, mi viene da chiedermi cosa potremo dare loro.  Abbiamo portato con noi cibi, libri e giochi, ma saremo in grado di dare un po’ di noi? E questo sarà abbastanza?” e mi ritrovo qui.. a cercare una posizione comoda su un letto in discesa – che le mie compagne mi invidiano, perché il loro è peggio! – nella stanza che G. dice assomigli a quelle di “Belli dentro”. Tre letti in un muro bianco di mattoni, inferriate alle finestre. Un filo coi nostri panni stesi attraversa la stanza e divide il mondo disordinato di G. dai nostri letti e dallo scaffale di ferro e legno che raccoglie tutte le nostre cose utili e improbabili: scotch di carta, spray anti zanzare, i-pod, buste e zainetti, deodorante e portafoglio, acqua, libri e caricabatterie, disinfettante, passaporto. Biscotti, telefono, metro. Latte e pongo, medicine e colori. È come giocare ad associazione di idee, i miei amici sanno che mi piace molto! Ma questi oggetti banali ed essenziali portano con sé tutta la carica del viaggio, i suoi odori, il fango, la polvere, la fatica, la pazienza… Fa caldo e sento forti le voci dei miei compagni, tanto da darmi fastidio. Tanto da sentirne già la mancanza. È arrivato uno dei ragazzi e parla con noi. Ci chiede se siamo contenti di partire e quando torneremo. “Y usted doctora? Deve ritornare perché qui siamo tutti messi male! E dica a don Antonio che Franco ci serve, abbiamo bisogno di un buon giocatore di calcio! Hanno bisogno di tutto, di affetto, di pazienza, di verità. Sono più semplici dei nostri e tanti hanno delle facce buone, ma fuori hanno tutti delle storie di violenza, probabilmente per i cattivi maestri..famiglie distrutte, padri alcolizzati e assenti.. la mancanza di cultura ed educazione crea dei buchi incolmabili..chissà se il lavoro di exodus qui sarà utile a creare delle persone e essere motore di un cambiamento..poi però penso che per tante cose sono meglio di noi..e mi chiedo se è giusto, se sia giusto insegnare le nostre regole qui, se vogliamo che cambino loro o se tutto serve solo a cambiare noi. Noi e il nostro punto di vista, relativo, limitato. Questo è il mio terzo viaggio ma se ci penso ne ho vissuti almeno altri 4 o 5. un viaggio semplice da vivere, difficile da raccontare, impossibile da spiegare… L’inverno argentino, le montagne del perù e l’ennesima separazione da mia sorella, l’attesa di arrivare in comunità, i giorni con don Antonio, la preparazione dello spettacolo di teatro, la partenza di Francesca…e… un viaggio nel viaggio… E ora siamo giunti all’ultima parte, manca meno di una settimana e sento più vicino il ritorno a casa. Non pensavo avrei mai provato questa sensazione..voglia di tornare ma paura che manchi troppo poco..sono stata via due mesi o forse di più e adesso non riesco a riordinare i pensieri per essere pronta è vero ho avuto tanta nostalgia, ma la voglia di tornare si mischia alla paura di ricominciare, di riuscire a portare la forza di questa esperienza, di deludere le aspettative e..la stessa domanda irrisolta dell’inizio: che senso avrà questo viaggio? L’unica cosa che posso dire di aver capito è che viaggiare è aspettare, aspettare di capire le persone, di leggere i segni, di essere accolti, di vedere, di partire, di tornare..di restare. Aspettare che qualcosa succeda anche se tu non lo volevi. Anche senza di te. Giovanna Paris

Se le parole non bastano

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Ultimi giorni di Honduras, la casa stamattina è vuota e ho deciso di mettere un po’ di musica, senza i ragazzi la casa è un’altra casa, quasi insignificante. Sono 22, a Gennaio mi sembravano più piccoli, ma si può crescere in sette mesi? Non lo so, a me sembra di sì. Oggi mi sono seduta al tavolo e ho pensato che volevo proprio raccontarlo questo Honduras. Le montagne attorno alla casa, il mattino con la nebbiolina che prepara il cielo al sole, la discarica che si vede dalla collinetta, il profumo di riso e fagioli la mattina, il caffè bevuto stando seduta nel patio. Ma chi lo sa se sarei in grado, chissà se poi le parole raccontano veramente quello che stiamo vivendo, i nostri giorni di viaggio. L’abbraccio del mattino quando insieme si inizia la giornata con le tazze che fumano calore, Giovanna che prepara la pasta a mezzogiorno, la dottora che riceve un ragazzo alla volta ed ognuno ha un pezzetto di vita da raccontare, Franco che gioca a pallone e taglia il mais e parla il suo spagnolo, Francesca che sorride e saltella e la canzone che ancora adesso i ragazzi cantano. Non lo so, non so se ci riesco. Abbiamo scritto insieme due giorni fa, parole come pietre, uno alla volta hanno condiviso, letto una pagina di storia e non lo so se è giusto piangere o trattenere le lacrime. “Mia madre è andata via, non ho mai avuto un amico, qui ho trovato i miei fratelli, quelli sempre desiderati, lei mi sembrava non mi volesse, ma era mia madre, la droga comandava i miei giorni, ho una figlia ma la mia vita è spezzata, ho scoperto di poter essere più di quanto non avessi mai pensato, so di non essere la versione migliore di me, forse non ho mai scritto di me, io sono la prima pagina di un libro, io sono padre, sono figlio, sono nipote, ma soprattutto sono finalmente me stesso, prima di entrare qui ero assenza.” Come posso spiegare, come posso sapere quello che c’è da dire di questi giorni passati qui? Quasi la vorrei strappare questa pagina del diario. Questo capita quando si avvicina la fine e quando la fine non ci sembra un’opzione. E allora rivisito i ricordi, Max che corre nel prato, vincere la partita di pallone, i monologhi dello spettacolo teatrale, i fagioli non solo a colazione, ma sempre, la musica solo la domenica, i dipinti di Erick, i biscotti di Jimmy, la Bibbia di Arturo, le risatine di Hector, le domande di Joheni, il silenzio di Hector Mario e la rana, la prima pagina del libro di Ivan, le traduzioni in italiano di Ariel, quello strano modo di camminare di Elias, la paura di Jimmy, gli occhiali da sole di Henry, gli strofinacci di Yuri, il broncio di Neto, il Pinocchio di Orlando, la fame di Dennis, il buongiorno di Carlos Paz, “quel tuo strano accento” di Josè Carlos, il formaggio di Juan Carlos, Francisco che non c’è mai a colazione, in bicicletta con Roberto, la curiosità di Freddy, la maschera di Nando, lavare i piatti con Aron. Rivisitare non basta però, facciamo che questi ricordi me li porto via, li metto da qualche parte, li metto dove serve. Gabriella Ballarini

La carovana è in partenza

Educatori Senza Frontiere 1295

“Non chiedere agli altri cosa possono fare per te, ma chiedi a te stesso cosa puoi fare per gli altri”. Questo è un famoso motto, usato anche da J.F. Kennedy, che magari molti conoscono, ma che spesso si tende a sottovalutare. C’è un’unica strada, irta, tortuosa, e densa di ostacoli, che vale la pena di percorrere, ed è quella che conduce a noi stessi. La possibilità di mettersi alla prova, di misurarsi con se stessi, di interagire con gli altri, per giungere alla stessa meta, è un ottimo inizio. Lo scopo principale della carovana non è raggiungere Tulèar da Fianarantsoa, percorrendo i 500 Km che le dividono, è soprattutto quello di compattare un gruppo. E’ lo straordinario tentativo di unire due culture diversissime tra loro in un unico scopo meraviglioso: condividere. Condividere una sensazione, un sogno, e perché no, un disagio. Uno spettacolare viaggio verso se stessi, dentro se stessi, attraverso e grazie anche ai compagni di carovana. Due ruote per sfidarsi. Pedalare non è camminare, ma lo sforzo, l’attenzione e la concentrazione sono essenziali per compattarsi. Immaginate: una natura lussuriosa, un territorio rosso, che scherzosamente potrebbe ricordare Marte, pendii, colli e pianure, fiumi e ponti da attraversare, il tutto non per arrivare, ma per andare. Avviarsi in questo sconosciuto mondo che siamo noi stessi. La scelta del Madagascar non è un caso. E’ un luogo per certi versi soprannaturale, dove la vita non è per niente facile e per capire, a volte, cosa si fa per vivere, ci si deve solo venire. Spesso ci lamentiamo di mere sciocchezze: ebbene in carovana l’essenzialità dell‘equipaggiamento, delle attrezzature, del gesto che si compie per incedere, ci possono davvero far appezzare le cose importanti della vita. E’ tutto già dentro di noi. Spero sia un gruppo che si snoda, come un serpente, su strade battute ma sconosciute, che pulsa all’unisono, che pedala con voglia e desiderio, che si mette in gioco, che si da delle possibilità, avendo davvero delle occasioni uniche per guardarsi e conoscersi. 500 Km per osservarsi a 360 gradi su due ruote, che simboleggiano davvero il “tutto tondo”, un modo per guardarsi da ogni punto di vista, pista che Exodus batte da 25 anni, facendo dell’itineranza il suo cavallo di battaglia, usando da sempre questo metodo a scopo terapeutico, ottenendo grossi risultati. La carovana ti mette alla prova, ti sprona, ti punzecchia, ti ricorda in ogni momento che l’ importante è alzarsi, ed è proprio il caso di dirlo, pedalare. Aza miala amin’ny maro (non farlo da solo ma fallo insieme agli altri). Mirko Oliviero

  • Viaggio in HONDURAS
  • ESF in RWANDA
  • Cammino ESF 2014