di Cristina Mazza

Quante parole in questo anno si sono sprecate per descrivere il ruolo degli educatori, il loro riconoscimento, il livello contrattuale, la paga sempre bassa, il conflitto eterno tra l’educatore e lo psicologo, l’educatore sanitario e l’educatore socio pedagogico, lo sfruttamento e mai la sicurezza per il futuro.
Tutto giusto. E’ cosi che si creano le basi di garanzia per il proprio lavoro, combattendo per ciò in cui crediamo, per il quale abbiamo speso anni di studio e di fatica.

Il panorama di questo anno è stato discordante, un tira e molla tra albi e riconoscimenti, battaglie infinite contro chi anni fa ha cominciato a fare l’educatore in anni in cui “l’educatore questo sconosciuto”, e ora con il suo bagaglio di esperienza tenta di essere valorizzato, ma reietto perché non ha studiato come gli altri e perché un titolo non ce l’ha.

Io faccio parte di quest’ultima categoria, di quelli che hanno studiato con 30 anni di carriera senza una laurea specifica in campo educativo, se non quella che ho scelto, con le mie migliaia di ore di aggiornamento, i corsi riconosciuti più o meno universitari, la formazione cercata come aria, le competenze da far crescere e la sete di sapere.

Ma se non ho una laurea da sbandierare, ho quell’umanità ed esperienza che la vita mi ha riservato.
Perché accanto a tutto questo bailamme, c’è qualcosa che si chiama cuore, scelta, vocazione, disegno, tensione, provvidenza… questo “mestiere” esige qualcosa in più. Ed è proprio quel qualcosa in più che ci differenzia dai “mestieranti”. Ognuno lo sa per sé, ognuno lo trova dentro di sé, è ciò che ci rende speciali.
Chi mi conosce sa che non mi piacciono gli educatori da scrivania. Ci sono protocolli da osservare? Setting da rispettare? Non importa. Ciò che vale è chi incontro, chi chiede aiuto, chi è disperato, chi ha bisogno di una giuda. Ciò che vale è uno sguardo capace di perforare, una mano stretta capace di guidare. Ciò che conta è un sapere declinato non su pagine di libri, ma su storie, non generalizzato ma particolare.
Ci sono categorie di persone che ci hanno insegnato a identificare: i tossici, i disabili, gli psichiatri, i bambini abbandonati, i bambini violati, gli anziani, i depressi, le doppie diagnosi.
Tutto importante: per ognuna di queste categorie ci sono protocolli, definizioni, modalità di azione, obiettivi diversificati.

Ma la nostra responsabilità nei confronti dell’altro non si riduce a questo. Noi non siamo protocolli, siamo uomini e donne che hanno imparato a declinare i protocolli per le varie situazioni nelle quali siamo chiamati ad essere protagonisti. Noi non siamo definizioni, siamo uomini e donne che hanno imparato a riempire le definizioni di quell’umanità necessaria perché l’altro stia un po’ meglio del momento prima che ci ha incontrato. Noi non siamo modalità di azione precostituite, noi siamo uomini e donne che agiscono a secondo di chi abbiamo davanti, di chi prendiamo per mano, di chi ci viene affidato.

Noi dobbiamo avere il coraggio di riempire il nostro fare di umanità, di quell’umanità che sembra scomparsa in un mondo dove tutto è permesso, dove tutto si può contestare, dove l’intelligenza è schiacciata dall’arroganza e dall’imbecillità. Noi siamo chiamati a cambiare le sorti di questo mondo, a rimettere al centro l’uomo. Non solo quell’uomo bisognoso, non solo l’uomo disperato, non solo l’uomo smarrito. L’uomo! Dobbiamo ripartire da li.
Dall’educazione, dal rispetto, dai principi morali che hanno guidato la nostra storia e quella dei nostri genitori, e prima ancora quella dei nostri nonni, e via. Dalla storia che ci ha mostrato quanto brutale può essere l’uomo, una storia che non si ripeta, mai e mai più.

Ripartire da progetti da costruire per la vita, da obiettivi da raggiungere impedendo di navigare a vista, da passi pesati e pensati che portino a realizzare sogni e dar movimento alla speranza.

Noi abbiamo davvero una grande responsabilità. Ma la capacità di gestire questa responsabilità cresce se ci prendiamo cura di noi, se alimentiamo il fuoco, se ci guardiamo dentro, se abbiamo il coraggio di discernere ciò che dentro di noi si accavalla come le onde di un mare in burrasca. Cresce se mettiamo in fila le priorità, non dimenticandoci di noi del nostro presente e del nostro futuro. Se cresciamo noi, crescono anche gli altri attorno a noi. Se noi ci areniamo, inaridiamo e la nostro linfa vitale si esaurisce.

In questo nuovo anno formativo di ESF che si sta aprendo, “STAY HUMAN” è il grido che ci accompagnerà.
Perché è solo restando umani, con il cuore vigile, gli occhi attenti, la mente aperta che sapremo guardare il mondo con l’umanità necessaria a far si che non perda il suo significato.

Non spaventatevi dell’uomo. E’ la cosa più importante che abbiamo, è la cosa più importante che siamo

Buon cammino a voi educatori erranti.