Scritto da Cristina Mazza

Arriviamo da paesi diversi di questa Regno al quale apparteniamo.
Camminiamo le strade delle città e in esse ci fermiamo, respirando il profumo del mare, catturando l’attenzione dei passanti, cantando, scrivendo, dipingendo e facendo capriole, nelle strade e nelle piazze. Non siamo un movimento rivoluzionario, non siamo politicanti, siamo educatori ed educatrici che cercano nel loro percorso di vita e professionale un momento di sosta per ricaricare le energie, per ritrovare i compagni di lunghi viaggi, per ristabilire punti fermi, punti a capo, punti e virgola, per tracciare linee di continuità.

Perché diciamocelo veramente, fare gli educatori non è come mangiare una caramella, non è solo far giocare, non è solo sedersi dietro una scrivania e compilare i progetti individuali di casi affidati.
No, è molto, molto di più.

Innanzitutto facciamo un distinguo: facciamo gli educatori o siamo educatori?
Ci piace pensare, a noi educatori folli, che siamo educatori. Perché Fare l’educatore è meraviglioso, ma altrettanto faticoso, stancante, coinvolgente.

Ma ESSERE educatore è scelta importante: devi sapere dove metti i tuoi passi, devi dare significato quando prendi per mano, deve sapere il tuo sguardo quanto può essere profondo e le tue parole quando possono guarire o fare male.

Devi sapere che non sei onnipotente, che l’altro è un valore, è una preziosità tanto quanto te al di là di ciò che ha fatto, al di là di ciò che ha detto. L’altro porta con sé un talento, prezioso, delicato, che venga dal mare, che venga da terre lontane e sconosciute, che venga dalla povertà più nera che noi non conosciamo o che venga dalla casa dietro la tua.

Ecco si, essere educatori, cogliere il cuore di chi abbiamo accanto, perché nessun cuore vada sprecato.
Ci considerate folli? Si forse un po’ lo siamo. Chi ci ha inventato è stato è più folle di noi anche dopo i suoi mille passi che hanno solcato le strade di questa terra.
La strada che percorriamo è fatta di noi. Piccoli sassolini fastidiosi che richiamano alla sosta, al pensiero, allo sguardo verso il cielo. E’ fatta di noi che abbiamo questa tensione educativa e questa passione per l’essere umano, tanto da farne ragione di vita.

Ci formiamo, anche attraverso l’arte, la musica, la scrittura, il teatro, perché questi sono gli strumenti che usiamo perché il nostro essere educativo sia efficace e arrivi a far vibrare attraverso per vie diverse le corde di cuori e anime che faticano a ritrovare la loro armonia.
È cura per noi, è metodo educativo, è desiderio di dire al mondo CHE SI PUO’ FARE.

Giriamo il mondo da sud a nord, da est a ovest, e crediamo davvero che chi incontriamo ci rende migliori e che le terre che camminiamo esercitano su di noi un richiamo, una meravigliosa magia quelle terre dove concretizzare il sogno educativo che scaturisce da un folle che ha dedicato la sua vita alla strada.
Siamo gli Educatori senza Frontiere, siamo uomini e donne che cercano il loro cuore camminando, incontrando, guardando, stringendo mani e prendendosi cura.

Abbiamo varcato i confini dell’Africa, del Sud America, dell’India e della Palestina, dell’Europa dell’Est, là dove il desiderio di trasformare l’assistenza al povero, al bisognoso, al rifugiato, al superstite di guerre e fame, di dittature e anarchie si è trasformato in desiderio di riscatto e di protagonismo della propria storia per trasformarla e renderla umana.

Siamo questo, forse poca cosa, ma abbiamo fatto nostra la pedagogia delle piccole cose, del pulirsi le scarpe prima di entrare, della precarietà e dei mezzi poveri.

Il nostro viaggio ha al centro il Regno, quel piccolo pezzo di terra che abitiamo, quello che abbiamo dovuto lasciare e quello che ci ha ospitato. Ogni terra è Regno, donato con gratuità e con fiducia affinchè non ne cancellassimo il significato, non deturpassimo, non rubassimo, non disumanizzassimo. Ogni passo dell’uomo che solca la terra è degno di rispetto.
Se varco confini di terre sconosciute devo pulirmi le scarpe.
Se accolgo anime disperate devo lavarmi le mani.