Un racconto di Manuela Basso

“Ti regalo un bacio” Esperienza di scrittura in cammino.
Camminare.
Andare da un punto A a un punto X segnato sulla mappa.
Scrivere.
Macchiare di inchiostro un quaderno bianco. Lasciare scivolare la mano perché le immagini prendano vita. Sentire le dita fremere dentro le parole.
Scrivere e camminare. Camminare e scrivere. Sempre cercando tesori: il volto senza baffi di mio padre accanto ai miei riccioli di pochi mesi; il punto di vista di una sirena; l’odore salmastro dell’acqua che schizza lo scoglio di Tellaro in una giornata ventosa di fine maggio.
Nelle favole il protagonista arriva la sera al limitare del bosco, perso il sentiero, perso l’orientamento, segue la luce del lume che lo conduce al casolare dell’orco, della strega, del lupo. E lì si ferma.
Cerco il termine del sentiero. Cammino seguendo linee rette.
Piazza Duomo alle mie spalle. Di fronte la visuale d’angolo di un cavallo: bassorilievo in marmo con figure; un muro posticcio di cartone e una barriera di turisti in pausa.
La linea oltrepassa gli sguardi curiosi e punta alla cima della bandiera afflosciata. Senza vento non c’è movimento.
Seguo la direzione del tricolore.
Alla base del pennone un gruppo di peruviani discute seduto all’ombra del re. Spariti i sorrisi dei turisti. Lo spagnolo è una voce scura.
Impressioni d’erba su acciottolato. La fila dei taxi si lascia attraversare.
Immagino la fine del viaggio nel portone d’ingresso del palazzo di fronte: mi sorprende il Passaggio Duomo.
Lo supero.
Entro nel bar davanti all’edicola per prendere una bottiglia d’acqua.
Al bancone è seduta una donna. I suoi piedi non toccano terra, come i miei.
Ci guardiamo.
Le sue unghie senza smalto si fermano al limite della carne. Ha mani come conchiglie levigate dal sale: mani nodose di madre. Sta parlando nel cellulare a un altrove seduto su altre sedie; è qui ma sospesa.
Non ascolto la sua voce.
Le linee parallele non si incontrano.
Pago alla cassa e proseguo oltre il negozio dei panini Durini; oltre il ristorante in vetrina; oltre il cartello “AFFITTASI – Finiture di pregio, ottima esposizione”; oltre il semaforo.
Arrivo.
Una panchina di legno libera davanti alla Pinacoteca. Il sole in alto a destra.
“Ti regalo un bacio.”
Una ragazzina dodicenne filiforme in felpa grigia si siede accanto a me con un’amica.
“Ti regalo un bacio” ripete. “Dai, scrivilo!”
“Non posso” dice l’altra.
Mi volto: due code di cavallo chine sullo stesso schermo. La bionda, la bruna.
“E se poi… Melissa?” Coda di cavallo bionda è perplessa.
“Chissenefrega di Melissa! Tu scrivilo!”
Silenzio.
“Hai scritto?”
Silenzio.
Ridono.
“Ieri ho visto Luca davanti all’oratorio” dice la bruna.
“E lui?”
“Lui niente, era lì.”
Ridono.
“Ci facciamo un selfie?” dice la bionda.
“Sbrighiamoci, però, che adesso arriva mia madre!”
Prima di mettersi in posa mi guardano.
Le guardo.
Sconosciuta grafomane con taccuino.
Una comitiva di russi incombe su di noi, guida turistica madre lingua inglese persa nella traduzione.
“Ecco mia madre!” dice la bruna.
Una donna con un bambino sta arrivando da una via laterale. Il bambino ha in mano un gelato: solo cioccolato.
“Forza ragazze, sbrigatevi!” La madre. “Lo psicologo ci aspetta!”
Si alzano. La bruna mi guarda ancora una volta.
Torno al mio taccuino.
Si allontanano.
Oltre i russi. Oltre il bambino che mangia il gelato. Oltre la bambina in gonna rosa che fa la giravolta intorno al palo. Oltre i carabinieri in alta uniforme, spada d’ordinanza e guanti bianchi, che ridono con la fioraia cinese all’angolo.
Spariscono nella folla in fondo alla strada.
“Ti regalo un bacio.”
Lo scrivo sul taccuino e ricomincio a camminare.