Gli sguardi mi hanno sempre colpito, non so bene perché. Forse è l’unico modo che l’uomo ha di entrare in relazione con la parte più intima dell’altro.

Scritto da Gaia Maggini

E io, di sguardi, qui ne ho incontrati molti. Alcuni mi hanno solo sfiorato passandomi vicino, altri mi hanno trapassato del tutto. Alcuni, seppur non hanno mai incrociato il mio, mi hanno colpito fin dall’inizio. Forse perché davvero gli occhi non mentono mai, neanche quelli di chi delle bugie e degli inganni ha fatto il suo stile di vita. 

Le occasioni per uscire con i ragazzi di casa Juan Pablo II non sono state molte, ma le ricordo tutte. Uscire significa spezzare la quotidianità, smorzare la routine che a volte aliena.

Nei giorni di carovana, lo sguardo dei ragazzi era puntato tutto sul palco, sui “companeros” in scena e sui bambini che sorridevano allo spettacolo. Gli occhi, pitturati dei colori più allegri, esprimevano incanto e meraviglia per quello che stavano riuscendo a donare. Anche il più duro e chiuso “hombre de la calle” non riusciva a rimanere impassibile a quello spettacolo di cui era protagonista.

Nella giornata nazionale della gioventù, invece, siamo andati in centro città per partecipare alla partita di calcio organizzata dal comune. Ogni vicolo de El Paraiso era un ricordo per uno dei ragazzi. Ad ogni incrocio, angolo o negozio c’era qualcuno da salutare, nessun amico in particolare, tutti conoscenti che li riportavano con la mente alla loro vita di prima. Una vita vissuta così, dove ogni oggetto era merce di scambio per un po’ di droga, dove le relazioni erano di convenienza, unite dal mero scopo di condividere la sostanza. C’è chi, passando con il “carro”, alza lo sguardo per vedere se le cose sono cambiate o se è rimasto tutto come l’aveva lasciato; chi invece lo abbassa un po’ per paura di essere riconosciuto un po’ per paura di ricordare. Perché se c’è una cosa che ho capito dai loro sguardi sfuggenti è che ricordare è vitale, ma fa anche tanto, tanto male.

Ritorniamo in comunità e anche lì, dal mio tavolo, non smetto di guardarli, osservarli. Forse anche i miei occhi, qui dentro, parlano. Con il mio sguardo ho provato a far parte del gruppo, ho fulminato qualcuno e sostenuto altri. Con il mio sguardo ho provato a farmi conoscere e ad entrare in relazione con loro. Perché è tra il dire e il non dire, tra il vedere e l’osservare che si colloca l’empatia: sentire l’altro senza invaderlo.