Un racconto di muri e di spine da Betlemme a Gerusalemme.

Scritto da Cristina Mazza

“Quando non avremo più carta per scrivere o fogli per disegnare, lo faremo sul muro”.

Nel cortile della casa dove abbiamo bevuto thè alla menta e mangiato pesche appena colte dall’albero, il muro guarda ostinato con il suo filo spinato, la torretta e i mille racconti disegnati nel cemento armato, noi poveri uomini e donne con la speranza nel cuore di cambiare piccoli pezzi di mondo.

“Quando non avremo più carta per scrivere o fogli per disegnare, lo faremo sul muro!” Ecco a cosa serve.

Ho guardato quel viso illuminato da tanta cultura, quella bocca che emetteva idiomi a me sconosciuti prontamente conoscibili dalle simultanee traduzioni, quel gesticolare che rafforzava non tanto la parola, ma il cuore tappeto di tante battaglie a favore dell’uomo e della sua dignità.

Ho camminato tra le strade di Betlemme, con la consapevolezza che ogni passo fosse già stato camminato da altri, nella pace, nella speranza, nella guerra. Ecco si nella guerra.

Perché non si capisce …. La guerra non si capisce, non è comprensibile. In nome di Dio poi ancora meno.

Ma è necessario viverci per capire quel poco che sono riuscita a capire. È stato sufficiente non attraversare le strade come pellegrini, ma porsi nella dimensione dell’incontro per conoscere quello che fino ad ora non avevo ancora conosciuto.

Il muro circonda la città, la chiude annullando la prospettiva. Ma dentro la città la gente vive, studia, lavora, chiedendosi perennemente quale sarà il suo destino.

Ho incontrato persone capaci di resilienza, e alla mia domande sul futuro, hanno risposto con il presente.

Il presente adesso è questo. Un presente fatto di blocchi di cemento che oscurano lo sguardo, ma fatto di uomini e donne che si adoperano per il cambiamento, che formano giovani menti, che hanno interesse per le donne sole e senza strumenti, che accolgono i disagi famigliari, che aiutano giovani a mantenersi agli studi. Il presente è questo, fatto di giorni che portano con sé sorprese quotidiane ma fatto di un quotidiano che scandisce la preghiera dei mussulmani, le campane delle celebrazioni dei cristiani, il dondolio della preghiera degli ebrei, e l’incessabile e instancabile lavoro verso i più poveri, sempre più… i poveri.

Mi sono fermata a guardarlo, il muro. Ho chinato la testa in segno di rispetto verso coloro che vivono all’interno della città.

Poi sono andata a Gerusalemme, e ho chinato la testa davanti al muro del pianto, in segno di rispetto per tutti gli uomini e le donne là radunati. Poi ho lasciato la terra per tornare verso casa, e non ho scosso la polvere dai miei calzari, me la sono portata a casa, come qualcosa che mi appartiene del quale non mi posso scordare.

Poi ho pensato a quel “senza frontiere” che caratterizza il nostro agire educativo, e ancora una volta ho capito quanto sia necessario avere un cuore capace di contenere tutto, senza pregiudizi, senza recinzioni, senza muri, quanto sia meraviglioso “far entrare” perché solo cosi possiamo capire e comprendere.

Mi sono pentita di non aver avuto la possibilità di scrivere sul muro.

Ma se lo avessi fatto significava aver finito la carta.